Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"

 

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEL LIBERO PENSIERO "GIORDANO BRUNO" 

Fondata nel 1906

Aderente all' Union Mondiale des Libres Penseurs - International Humanist and Ethical Union

Presidenza nazionale e Presidenza sezione di Roma - Coordinamento Web :

prof.ssa Maria Mantello,


Roma

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Presidenza Onoraria e Sezione di Torino:

avv. Bruno Segre


Torino

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Esami di maturità, sentimenti di una prof. precaria  


Sono appena uscita dal vorticoso turbine di registri, catenacci, ansie, penne rosse, schede e mappe pluridisciplinari plastificate che connotano e colorano gli esami di maturità. Ero la sola precaria tra i commissari: pari doveri, dispari diritti. Seduta, rispetto agli studenti, dall'altro lato di un tavolone, come in classe non sono abituata a fare, mi sono protesa spesso, con le mani, verso le loro mani sudate e gelate, tremanti e cianotiche, nervose e strette in pugni convulsi di determinazione o serrati in un gesto di cattura, come a voler trattenere fisicamente i ricordi, e, nel contempo, mettere K.O. la paura di rimandare, in quell'ora cruciale, un'impressione sbagliata.

Mentre parlavano degli autori latini e greci con foga tachicardica, commentando o riportando le formule critiche e le parole-chiave dei manuali, gli alunni mi guardavano con profondo rispetto e grande intensità: io sono stata, per loro in quell'iniziatico momento, la forma dello Stato, il giudizio coronante, l'autorità referente, la firma dirimente, la fonte eventuale e auspicata della gratificazione intellettuale ed esistenziale, il lasciapassare per il futuro. Eppure, lo Stato, che da me si è lasciato e si lascia rappresentare, per suo comodo e per sua necessità, anche nella cerimonia solenne della maturità, a me il lasciapassare per il futuro non vuole darlo, e si rifiuta di riconoscermi il ruolo di sua ambasciatrice ed esecutrice delle prescrizioni costituzionali, come se quei ragazzi avessero parlato dell'antifrastico mondo di Petronio, delle contraddizioni immanenti di Seneca, dell'anaciclosi attualissima di Polibio, del furor emancipante di Medea e delle intuizioni pedagogiche di Quintiliano con un evanescente fantasma, che si materializza agli esami per valutare, per assumersi le responsabilità civili e penali, per compilare documenti e mettere firme, ma che, finito l'ingaggio, perde voce e dignità, corpo e identità. 

Ad una candidata dai grandi occhi verdi e quasi vinta dall'emozione, ho fatto tradurre qualche riga da una nota epistola di Seneca, quella in cui si deplora il comportamento crudele dei padroni verso i servi, malgrado la comune natura umana. Quando la studentessa è passata ad altra materia, l'occhio mi è caduto sul passo in cui si parla del servo-coppiere, utilizzato nei banchetti e assimilato a Ganimede, condannato a nascondere la sua età e a travestirsi, ad apparire fanciullo glabro ed etereo per il capriccio estetizzante del suo padrone e ad occultare penosamente i segni dell'ormai raggiunta maturità: mi sono vista anch'io così, una professoressa-schiava sulla soglia della mezza età costretta da uno Stato-padrone inumano e ottuso a fare in eterno la neolaureata di belle speranze, con tutto il ridicolo e il disagio che procede da tale paradossale situazione, specie quando l'età viene scoperta dai colleghi e messa in relazione con la condizione precaria che, per egoismo o rimozione, disinformazione o distacco, quasi sempre viene intesa e giustificata come una sorta di meritata o fatale pena.

Non è follia, questa? Non è un'oscenità pari a quella deprecata da Seneca? Come reagirebbero i ragazzi che ho esaminato, se avessero il tempo e la voglia di rifletterci, nel venire a conoscenza del fatto che lo Stato mi utilizza quando c'è da garantire lo svolgimento dei loro esami ma mi diffama e mortifica, invece, quando chiedo che mi si stabilizzi dopo dieci anni di lavoro precario, pretendendo perfino che, dopo un demenziale quizzone, risponda alle stesse domande che ho posto e pongo agli studenti per certificare il loro grado di "maturità"? Come si concilia, questo assurdo, con le dichiarazioni stucchevoli e fasulle sulla tutela e il rilancio della professione docente e sulla "centralità" della Scuola, che intanto continua a patire la meccanizzazione e il pervertimento dei saperi critici (Invalsi), a soffrire per la soppressione fattuale della collegialità e per le derive autoritaristiche, a subire tagli impietosi e interessati, a dover temere la prefigurabile e inaccettabile negazione di diritti (BES) a chi dovrebbe goderne di più e di maggiori, cioè i disabili, e a tremare per le prospettive di trasformazione delle sue platee, da parte di spregiudicati mercanti in crisi, in nuove piazze di smercio di prodotti per la "cosmesi" pseudoculturale?

Alla fine di ogni colloquio, la mia commissione ha chiesto ai candidati quale strada avrebbero intrapreso. E' significativo ma del tutto naturale che nessuno abbia manifestato l'intenzione di diventare un insegnante. Moltissimi hanno dichiarato che opteranno per la professione di medico. La candidata B., al termine di un brillantissimo esame, ha detto: "Vorrei fare Medicina e, di ripiego, Farmacia ". Ecco: in questa lucida e dura consapevolezza della necessità di programmarsi un destino di riserva, in ragione delle squallide e note dinamiche clientelari che presiedono alla selezione degli studenti che vogliano accedere alle facoltà "nobili" e, perciò, "blindate", c'è tutto il fallimento dello Stato e della Scuola. Ho abbracciato B., dai capelli rossi, vestita di bianco; ho baciato le sue guance bambine. La mia precarietà datata, indignata, sempre più stancamente denunciata, si è fusa con la sua precarietà incoativa, con il suo realismo triste, ancora incapace di rinunciare, per fortuna, ad un'inattuale dose di disperata speranza. 

Più che dei fondi per l'edilizia, Signora ministro, la Scuola ha bisogno di ridemocratizzare i suoi meccanismi interni, di prospettare agli studenti la plausibilità di un onesto percorso di affermazione professionale; più che della spesso dannosa e forzosa informatizzazione, la Scuola ha bisogno del riaccredito di quei docenti che accreditano di competenza e maturità tutte le B. d'Italia e ne alimentano le sacrosante ambizioni, vero peculio del paese stremato.

Marcella Ràiola

 

 

 


 

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