Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"

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Ecco la nuova lotta di classe
Piero Ignazi (L'espresso, 12 sett. 2008)
A combattere non sono più gli 'ultimi' ma i 'primi' sostenuti dal governo di Berlusconi

Quando si pensa alla lotta di classe si immaginano folle di tute blu vocianti o moltitudini di contadini scalcagnati e scamiciati - ma anche composti e dignitosi come nel celebre quadro di Pellizza da Volpedo - che sfilano per rivendicare pane e lavoro. Questa immagine è sbiadita come una vecchia fotografia, rimanda ad un mondo antico di cui si stanno perdendo le tracce. Non ci sono più quegli attori: il proletariato si è sfrangiato in mille componenti diverse e gli 'ultimi' della società riflettono un caleidoscopio di etnie, costumi e culture che non può certo essere ricompattato in una classe sociale omogenea.

Ma se si è dissolta la lotta di classe fatta di scioperi e picchettaggi che aveva nel proletariato la sua spina dorsale, non per questo è scomparsa. Si è spostata di 180 gradi. Ha subito una rivoluzione copernicana. Non è più condotta dagli 'ultimi', bensì dai 'primi'. Sono i detentori delle risorse economiche e politiche che prendono l'iniziativa per mantenere e rafforzare le posizioni acquisite a discapito degli altri. L'offensiva non passa più per le antiche vie contrattuali, sempre meno rilevanti in termini numerici e sempre più residuali per definire i rapporti di forza (anche se il tentativo di scardinare la contrattazione collettiva a favore di una contrattazione individuale indica una precisa linea di attacco), bensì per l'iniziativa pubblica, per il matrimonio d'interesse tra corporazioni economiche e potere politico celebrato dal governo Berlusconi.

Lo si è visto con uno dei primi provvedimenti del governo di centro-destra. Uno dei tanti, ma esemplare per la sua precisione chirurgica: l'eliminazione della tracciabilità degli onorari dei liberi professionisti, strumento efficace di contrasto all'evasione e al riciclaggio introdotto dal governo Prodi.

Il messaggio non poteva essere più chiaro: sappiamo chi sono 'i nostri' e interveniamo subito in difesa dei loro interessi. E, specularmente, sappiamo chi sono i 'nemici': i lavoratori dipendenti, soprattutto del settore pubblico, che votano a sinistra. Contro di loro si è scatenata una offensiva tambureggiante puntando sulla delegittimazione morale al punto da affibbiare loro l'etichetta di 'fannulloni'. Non basta. Mentre il ministro dell'Istruzione - che non sa nulla di scuola e università ma in compenso ha guadagnato l'avvocatura a Reggio Calabria - decreta l'espulsione di decine di migliaia di insegnanti (ovviamente dei fannulloni) negli Stati Uniti i candidati alla presidenza fanno a gara a chi promette più interventi nel sistema educativo e Barack Obama arriva a dichiarare testualmente alla Convention democratica che "arruolerà legioni di insegnanti pagandoli meglio anche a costo di aumentare le tasse".

Tutto questo perché nel sistema americano si crede ancora nell'istruzione, nella conoscenza e nella competenza come veicoli di successo professionale, mentre da noi la cultura, e chi lavora nel mondo dell'educazione, sono trattati con sufficienza e mal sopportati, come un orpello inutile. In fondo basta essere una bella soubrette per diventare ministro, perché consumarsi gli occhioni sui libri e al computer? Questo è il vero messaggio, subliminale e quindi autentico, della nomina di Mara Carfagna. Il resto è accessorio.

La lotta di classe impostata dal governo ha un obiettivo preciso: scardinare quel poco che è rimasto della classe operaia sindacalizzata, peraltro priva di una guida all'altezza della sfida, difendere i lavoratori autonomi da ogni meccanismo regolativo e fiscale per riprendere la redistribuzione del reddito a loro favore avviata nel precedente governo Berlusconi (e incautamente ammessa anche dallo stesso superministro Tremonti) e, infine, spremere il ceto medio per compensare i benefici alle altre componenti sociali - e per chi abbia dubbi in proposito basta leggere l'intervento, inquietante per usare un eufemismo, di Laura Pennacchi, 'Un decisionismo (poco) compassionevole', sull'ultimo numero della rivista 'il Mulino'.

La difesa degli interessi corporativi implica un drenaggio di risorse dal lavoro dipendente, perché se si toglie l'Ici alle case dei ricchi, si abbandona la lotta all'evasione fiscale (il crollo del gettito dell'Iva sta a dimostrare come il lavoro autonomo si sia immediatamente adeguato al nuovo clima), si rifinanziano i progetti faraonici come il ponte sullo stretto, e si fanno pagare a noi cittadini, anzi ai 'tax-payers' come si dice nei paesi anglosassoni, le perdite dell'Alitalia lasciando i profitti agli happy few, in qualche modo bisogna trovare i soldi. È per questo che il governo si schiera in prima fila a fianco degli interessi corporativi contro il lavoro dipendente in una nuova versione della lotta di classe.

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