Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"

Requires Acrobat Reader.

FOIBE E STRUMENTALIZZAZIONI 

di Raoul Pupo    (L'incontro, marzo 2008)

La legge 92 del 2004 ha istituito il “Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale”. Pertanto il 10 febbraio viene annualmente ricordato con manifestazioni commemorative. Il Presidente della Repubblica Napolitano, parlando al Quirinale per la celebrazione di tale ricorrenza, si è richiamato alla “pulizia etnica” che gli italiani avrebbero subito ad opera del regime di Tito, ma ha dimenticato qualsiasi riferimento al fascismo, che oppresse per anni gli slavi (i fascisti italiani gettarono nelle foibe i corpi dei croati e degli sloveni uccisi). Nel corso della 2° guerra mondiale i croati e gli sloveni non occuparono l’Italia, ma viceversa furono aggrediti e dopo la Liberazione reagirono barbaramente contro gli italiani non comunisti.

 Per indagare su questa tragedia collettiva ha lavorato una Commissione mista italo-slovena e si sono succeduti dal 1947 ad oggi numerosi volumi di storia, oltre all’attività pubblicistica e associativa di esuli dall’Istria e dalla Dalmazia. Recentemente l’editore Rizzoli (Milano 2006) ha stampato il libro del prof. Raoul Pupo dell’Università di Trieste: “Il lungo esodo: Istria, le persecuzioni, le foibe, l’esilio”. Riproduciamo alcune pagine di quest’opera eccellente per l’ampia documentazione, l’obbiettiva ricostruzione storica del Territorio e delle vicende etniche politiche e sociali:

 Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, alla frontiera orientale d’Italia più di 250.000 persone, in massima parte italiani, dovettero abbandonare le proprie sedi storiche di residenza, vale a dire le città di Zara e di Fiume, le isole del Quarnaro – Cherso e Lussino – e la penisola istriana, passate sotto il controllo jugoslavo. I giuliani dell’epoca chiamarono “Esodo”, termine di evidente ascendenza biblica, tale massiccio spostamento, per sottolineare che un intero popolo, con le sue articolazioni sociali, le sue tradizioni e i suoi affetti, era stato cacciato dalla propria terra. Il termine si è poi consolidato, nella memoria e nella storiografia italiana, nella sua versione completa, l’Esodo dei giuliano-dalmati, o in quella più sintetica e diffusa seppur meno precisa, l’Esodo istriano. La maggioranza dei profughi si stabilì in Italia, e di questi alcune decine di migliaia si insediarono nei brandelli di Venezia Giulia rimasti sotto la sovranità italiana, vale a dire le residue porzioni delle province di Trieste e di Gorizia. Molti altri esuli invece non trovarono posto sul territorio nazionale e presero la via dell’emigrazione, principalmente verso le Americhe, l’Austria e la Nuova Zelanda. Rispetto al complesso della popolazione italiana di allora – circa cinquanta milioni di abitanti – non si trattò evidentemente di un’ondata di grandi dimensioni, e questo se da un lato la rese quasi inavvertita fra le mille disgrazie del secondo dopoguerra, dall’altro facilitò l’inserimento dei profughi nella società italiana. Tuttavia, la dimensione assoluta del fenomeno può in questo caso risultare fuorviante al fine di intenderne il senso, perché ciò che realmente conta è che a scomparire fu pressoché l’intera componente nazionale italiana residente nei territori passati alla Jugoslavia, oltre ad alcune aliquote di popolazione croata e slovena, trascinata via dalla partenza in massa degli italiani. Solo guardando il problema da questo punto di vista possiamo comprendere come le conseguenze dei mutamenti di frontiera avvenuti dopo la Seconda guerra mondiale abbiano costituito un momento di frattura nella storia dell’area alto-adriatica. A venir meno infatti è stata una presenza che risaliva all’epoca della romanizzazione e che non era stata intaccata dai precedenti cambi di sovranità vissuti dai territori unificati dalla storiografia italiana nella dizione di “Venezia Giulia”: vale a dire il passaggio della maggior parte dell’Istria dalla repubblica di Venezia all’impero austriaco alla fine del Settecento, e dell’intera regione al regno d’Italia dopo la Prima guerra mondiale. Nessuno di tali eventi ebbe sul popolamento effetti paragonabili a quelli dell’Esodo, cioè la cancellazione pressoché integrale di un gruppo nazionale – posto che la minoranza italiana rimasta in Jugoslavia, e poi nelle repubbliche indipendenti di Slovenia e Croazia appare oggi solo una reliquia dell’antica presenza – e la sua sostituzione con nuovi soggetti, largamente estranei al territorio. Alla popolazione autoctona slovena e croata risultò infatti impossibile colmare il vuoto lasciato dagli esuli, non solo sul piano demografico, data la scomparsa di circa la metà della popolazione complessiva, ma anche su quello sociale, dal momento che tutti i ceti più elevati avevano preso la via dell’esilio. Dietro di sé lasciarono una situazione catastrofica: cittadine ridotte ad abitati fantasma, uffici e botteghe vuote, gli orti mediterranei abbandonati, il paesaggio antropico regredito di secoli in pochi anni. Per far fronte allo spopolamento l’unica via percorribile era quella del’immigrazione massiccia, spontanea e organizzata, non solo dalla Slovenia e dalla Croazia, ma anche da aree più lontane della Jugoslavia. Tant’è che più di trent’anni dopo, al momento della dissoluzione della repubblica federativa creata da Tito, l’Istria – e in particolare alcuni centri come Pola – sarebbe risultata una delle regioni più “jugoslave” dell’intero Paese e quindi attraversata meno di altre da fenomeni di radicalizzazione etnica. La sostituzione fisica degli italiani si accompagnò quindi alla costruzione di una nuova società, povera di legami con il passato, dal momento che ogni rapporto con la precedente civiltà a prevalente impronta italiana veniva negato o rimosso. L’impegno delle nuove classi dirigenti croate e slovene, a Zara, come a Fiume o in Istria, si rivolse pertanto non solo alla costruzione del futuro secondo i canoni del socialismo jugoslavo, ma anche alla riscrittura di una storia da cui la presenza italiana doveva essere espunta o circoscritta a una mera parentesi “coloniale”...... Se concentriamo il nostro sguardo sul Novecento, ci accorgiamo subito di come l’Esodo costituisca il picco, nettamente fuori scala , di una serie convulsa di movimenti migratori concentrati nei decenni tra il primo dopoguerra e gli anni Cinquanta, riguardanti tutte le componenti nazionali dell’area alto-adriatica. Sono movimenti diversi per consistenza e composizione, ma che condividono la spinta fondamentale: vale a dire la crisi generata dalla dissoluzione dell’impero austro-ungarico e dalla sua sostituzione con lo Stato nazionale italiano e con quello di serbi, croati e sloveni, entrambi desiderosi di far coincidere confini dello Stato e della nazione.......

Un censimento dei profughi provenienti dai territori italiani passati sotto la sovranità o l’amministrazione jugoslava non è mai stato compiuto – a una proposta avanzata in tal senso da Carlo Schiffer in occasione del censimento del 1951 non venne dato corso a seguito di un palleggiamento di responsabilità burocratiche. E questo fa sì che tutto ciò su cui possiamo discutere sia comunque e soltanto una serie di stime, più o meno rigorose, delle proporzioni dell’Esodo. A Esodo appena concluso, il ministero degli Esteri italiano stimava in circa 270.000 il numero complessivo dei profughi, ma riteneva opportuno procedere al riguardo a una ricognizione più rigorosa, che oltre a fornire una quantificazione complessiva del fenomeno, offrisse anche indicazioni utili per l’assistenza agli esuli e per il loro inserimento nel tessuto sociale del Paese. La strada prescelta fu quella di agganciarsi, sostenendola anche finanziariamente, a un’ampia indagine promossa già nel 1953 dall’Opera per l’Assistenza ai profughi giuliani e dalmati e affidata a un’equipe guidata da Amedeo Colella. Anche se i risultati di tale lavoro furono pubblicati solo nel 1958, la situazione cui fanno riferimento è in linea di massima quella del biennio 1954-55, periodo in cui vennero eseguiti i sondaggi sul campo, e di ciò va tenuto conto nel considerare i dati residuali, ancora per qualche anno. Nel corso della ricerca fu inoltre possibile appurare che parte dei profughi sfuggiva inevitabilmente alle possibilità di rilevazione, per la semplice ragione che molti soggetti, sopratutto nei primissimi anni del dopoguerra, erano emigrati oltremare senza entrare in rapporto né con le istituzioni italiane, né con il CLN dell’Istria, avente sede a Trieste, e di essi perciò si era persa ogni traccia. Colella pertanto, dopo aver accertato l’esistenza di circa 201.000 profughi, stimava che essi rappresentassero l’80 per cento del numero complessivo degli esuli, che sarebbe perciò risultato pari a circa 250.000. Solo in tempi recentissimi è stato possibile acquisire l’enorme mole di materiale raccolta dai ricercatori dell’Opera per avviarvi nuove indagini, che consentano di mettere a fuoco anche tematiche diverse dalla quantificazione, come per esempio quelle relative alla composizione sociale dei profughi, ai ritmi dell’Esodo in rapporto alle condizioni economiche e alle aree di provenienza, alle strategie familiari perseguite nel corso del fenomeno migratorio, e così via. Tuttavia, anche se le ricerche in atto potranno verificare e forse in qualche misura correggere i dati forniti da Colella, la rilevazione compiuta dall’Opera rappresenta ancora oggi la base più solida da cui partire per valutare le dimensioni dell’Esodo, anche perché essi vengono confortati sia dall’analisi dei censimenti che dalle prime indicazioni sul numero degli optanti fornite dagli studiosi sloveni e croati.....

Il giudizio corrente secondo il quale a prendere la via dell’esilio fu circa il 90 per cento della popolazione italiana di Fiume e dell’Istria risulta compatibile con quanto da essi esposto, suggerendo le 250.000 unità come una stima realistica del flusso migratorio degli italiani dai territori passati alla Jugoslavia. Da parte loro, gli studi condotti in Slovenia e Croazia sulla scorta dei dati sulle opzioni parlano di circa 190.000 persone che avrebbero abbandonato i territori istriani e dalmati. Un incrocio con i dati italiani sulle opzioni non è al momento possibile, perchè i fondi documentari conservati presso il ministero degli Esteri non consentono un’esatta quantificazione, tuttavia queste prime cifre sembrano nel complesso confermare i dati forniti da Colella sui profughi accertati, mentre ovviamente assai più aleatorio rimase il discorso per quanto riguarda gli esuli della prima ora e l’emigrazione clandestina. Inoltre, va sempre tenuto presente che l’abbandono dei territori istriani riguardò anche un’aliquota di popolazione che nelle rilevazioni italiane d’anteguerra risultava probabilmente di lingua d’uso slovena e croata. Recensendo nel 1958 il volume di Colella, Carlo Schiffer concordava nel proporre come valore di riferimento per l’Esodo quello di un quarto di milione di persone: si tratta di una valutazione che potrà sperabilmente venir resa più accurata e forse integrata – elaborazioni più recenti giungono a stimare complessivamente circa 270.000 profughi – ma scostamenti anche di un paio di decine di migliaia di unità non comporterebbero sostanziali variazioni né dell’ordine di grandezza complessivo del fenomeno, né del suo significato storico. Ciò che conta infatti a tal fine, non è tanto la cifra assoluta degli italiani esodati – dipendente dalle dimensioni della popolazione residente – quanto il fatto incontrovertibile che a venir travolto dall’Esodo fu un intero gruppo nazionale, al completo delle sue articolazioni sociali....

  Raoul Pupo   

ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEL LIBERO PENSIERO "GIORDANO BRUNO" 

Fondata nel 1906

Aderente all' Union Mondiale des Libres Penseurs - International Humanist and Ethical Union

Presidenza nazionale:

prof.ssa Maria Mantello,


Roma

,


e.mail

Presidenza sezione di Roma - Coordinamento Web

prof. Maria Mantello


Roma


e.mail

Presidenza Onoraria e Sezione di Torino:

avv. Bruno Segre


Torino


e.mail , e.mail2


Direttore Responsabile: Maria Mantello Webmaster: Carlo Anibaldi 

: