Libero Pensiero 06/2009
QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI
dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso sugli
immigrati italiani negli Stati Uniti - Ottobre 1912
“... Non amano l‘acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso
vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio
nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando
riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti
fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di
cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a
noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente
davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani
invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere, e sono assai uniti fra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma
perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in
strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma,
soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro
paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o,
addirittura, attività criminali. ...
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e
ignoranti, ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano, pur che le famiglie rimangano unite, e non
contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di
questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La
nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.